Grazie, Coldplay

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coldplay

Up&Up è il nuovo video dei Coldplay. Da pochi giorni su YouTube, ha già sfondato quota 10 milioni di visualizzazioni.
Beh, è un piccolo capolavoro.

Come ogni capolavoro, può essere affrontato da diversi punti di vista. Prima di tutto è una sfida al concetto di prospettiva. Porta avanti un filone che dalle geometrie impossibili di Escher arriva fino all’illusionismo poetico di Rob Consalves: piani della realtà sovrapposti; paesaggi, forme umane e animali che inventano nuovi costrutti, nella grammatica della fantasia.

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#TESTIMONIAL

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#testimonial

L’ho preso perché me l’ha consigliato lo zio. Anche la vicina si è trovata bene. Mamma ne ha provati tanti, ma questo è il migliore. Mio cugino dice che se lo compro anch’io vado sul sicuro…

Quando scegliamo qualcosa non siamo mai soli. C’è sempre qualcuno che ci spinge all’acquisto. Un grillo parlante pronto a darci un consiglio, un feedback, un passaparola.

Ma come fa un’azienda a convincerci tutti? Di certo non può investire sullo zio, sulla mamma, sul cugino. Troppo singolari, troppo specifici. Ci vuole un volto noto e apprezzato da tutti, in cui tutti possano riconoscersi.

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Questione di etichetta

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Consumare viene dal latino e significa “portare a pieno compimento”. Questo fa del consumatore un attore, non uno spettatore passivo. L’etimologia non sbaglia: mai come oggi, infatti, il consumatore è molto più di uno che consuma.

Vuole conoscere, approfondire, entrare nel vivo: chiede meno slogan, più informazioni. Precise, dettagliate, complete. Meglio una dicitura in più sull’etichetta che un claim strombazzato o una foto sgargiante in primo piano.

Secondo un sondaggio Nielsen, oggi circa il 70 per cento degli italiani legge abitualmente gli ingredienti sulle confezioni e cerca di acquistare prodotti Dop, Doc e Igp. Un segnale di cambiamento a cui la comunicazione deve adeguarsi.

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#WAIT…

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#wait

Ogni giorno un grafico si sveglia e sa che dovrà correre più veloce

  • della scheda video
  • della memoria (la RAM non basta mai)
  • del sistema operativo
  • del destino (infame).

Almeno una volta nella vita – se va di lusso – grafici, videomaker e montatori di ogni sorta si imbattono in quella sensazione d’ipnosi di quando la clessidra, il cerchietto o i puntini di sospensione iniziano a girare lenti e implacabili sotto i loro occhi stanchi, sfiniti dall’attesa ancora prima di attendere.

Salvare, processare, caricare, renderizzare. Salvare, processare, caricare, renderizzare…
È il mantra di una battaglia fatta di partenze brusche e strappi improvvisi, nella speranza che il progetto – come un Ulisse in formato .psd – approdi sano e salvo alla sua Itaca.

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Quel baffo indelebile

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Qual è il punto più alto nella carriera di un pubblicitario? Quando il cliente è soddisfatto? Quando il consumatore è soddisfatto? Quando lo sono entrambi? O quando a fine anno l’agenzia piazza un bel premio nella teca?

Niente di tutto questo. Il punto più alto è quando si riesce a cambiare un’abitudine.

Ci sono riusciti in pochi. Bill Bernbach, con la campagna “Think small” per Volkswagen. Frances Gerety, con il leggendario pay-off “Diamonds are Forever” per De Beers. MacIntosh, con il primo caso di storytelling, nel 1984. E poi, c’è riuscito qualcuno che pubblicitario non era, ma che con il suo prodotto (e la sua comunicazione) ha lasciato un segno indelebile nella breve storia del marketing.

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#FORMAT

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Che format ha Moby Dick di Melville? E Foglie d’erba di Whitman? E La Dama con l’Ermellino di Leonardo? Chiederselo è folle? Mica tanto. Tutto ha un format, o meglio: tutto ciò che rientra nel grande bazar della comunicazione. Perché per uno che comunica c’è sempre un altro che sorveglia. Un artista del Cinquecento aveva un committente.
Oggi il povero creativo ha un cliente.

Per quest’ultimo, il format è il coltello dalla parte del manico, perché detta le regole d’oro per iniziare a creare. Per format intendiamo infatti la struttura di cui si compone il messaggio in base ai media utilizzati. L’ossatura, lo schema generale. Ma anche lo stile e il tono della “narrazione”. Se il sommo Leonardo non aveva l’incubo dell’impaginazione, il grafico sì, proprio perché glielo impone il format: disposizione, layout, scelte tipografiche. La libertà è sempre vigilata, barricata in un “fortino” di nome griglia.

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Parole perdute

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Le parole sono come i neuroni: ne perdiamo di continuo.
Ogni giorno, in ogni momento, c’è un nome, un verbo, un aggettivo, un costrutto che lentamente ci abbandonano, superati da nuove forme e formule più sintetiche, spesso ibride, contaminate da altri linguaggi. Che cosa ci resta di questo tesoro? Poco o niente. Perché tendiamo a sotterrarlo. A lasciarlo andare.

La comunicazione cambia alla velocità dell’upgrade di uno smartphone. Si dice che evolva. Ma chi lo dice? Quelli come noi, creativi e comunicatori, sempre alla ricerca di soluzioni più compresse, distillate, essenziali. Forse soltanto più adatte a stare dentro una griglia.

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#BRAINTRUST

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“La verità è sempre nella semplicità, mai nella confusione”.
Curioso come questa frase l’abbia pronunciata Isaac Asimov, il maestro che ha costruito la sua fortuna sulla creazione di universi fantastici, in bilico tra impossibile e verosimile. Nel legame tra il vero e il semplice si gioca l’essenza della creatività, un processo che porta sempre a qualcosa di ordinato e compiuto.

Per essere creativi, insomma, non basta avere un’idea. Presa da sola, un’idea è un’entità impalpabile e complessa. Il ruolo del creativo è trasformarla in qualcosa di semplice e osservabile. Qualcosa che, all’interno di un’azienda o di un’agenzia, nasce da un confronto plurale sul valore di semplicità e verità, per ottenere un contenuto reale.

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Content is gif

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Content is gif

Quanta attenzione dedichiamo a un video sul web, prima di passare al successivo?
In media, 5 secondi. Se il contenuto non ci soddisfa nel tempo di uno starnuto, andiamo oltre. È un’implacabile regola non scritta, alla base di un processo di semplificazione e accelerazione tecnologica. Lo stesso che ha dato i natali a Twitter e al suo microblogging da 140 caratteri, a Vine e ai suoi 6 secondi di “tolleranza” video. Siamo maniaci della sintesi o solo troppo distratti?

Nel dubbio, sono tornate le gif.  Le abbiamo rispolverate dalla cantina degli anni Novanta, quando servivano per lo più da “tappezzeria” ai siti. Quando Netscape Navigator era il nonno di tutti i browser. Oggi le gif sfornano numeri pazzeschi: 23 milioni al giorno solo nell’habitat naturale di Tumblr. Senza considerare il boom su Facebook, che le ha introdotte la scorsa estate e ne ha fatto, più che contenuti virali, vere e proprie pandemie. Un esempio? Quella che abbiamo visto, commentato e condiviso tutti.

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#LIMITLESS

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#Limitless

Comunicare non conosce limiti.
Esistono regole, griglie, spazi e modi di sviluppo. Ma non limiti. Se non quelli che ci imponiamo noi, con la nostra paura di sbagliare. Perché se ci diamo dei limiti tradiamo il presupposto fondamentale della vera comunicazione: portarsi sempre un passo aldilà del senso comune, della semplice conversazione, di tutto ciò che si dice soltanto, ma non si comunica.

La pubblicità può essere grido, annuncio, sussurro, racconto. Può perfino mentire platealmente. Me se è fatta bene arriva, comunica, perché davanti a sé mette sempre un orizzonte aperto, senza limiti.

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