Non dimenticarmi

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© Photo by Jace Grandinetti

Perché un’azienda parla di sé? Perché decide di uscire allo scoperto, di comunicare al mondo il proprio mondo? Chiederselo non è un’opzione, una pausa di riflessione tra un brief e l’altro: è la domanda da porsi, prima ancora di iniziare.

Un brand comunica per essere ricordato. Semplice. Ma questa risposta contiene una nuova domanda che spesso non viene considerata, perché tendiamo a fermarci qui, a rimboccarci le maniche e a lavorare alla soddisfazione di questo bisogno. Ma cosa significa veramente voler essere ricordati? Cosa c’è dietro la volontà di perpetuare un nome, un prodotto, un sistema di valori?

C’è la paura dell’oblio. Quel pensiero intollerabile, inconcepibile, di essere dimenticati. È la nemesi del profitto, l’incrollabile eresia nella logica di domanda-offerta. Un’azienda comunica perché non vuole essere cancellata dalla mente, dal desiderio, dall’impulso del suo pubblico all’acquisto.

La competizione nasce dallo stesso principio. Difficilmente chi è senza concorrenti resiste alle variabili del destino. Perché è solo. Il suo vantaggio di partenza può diventare un vicolo cieco: e se cado io, cosa resta? E se qualcuno prende il mio posto? Se sarà ricordato per avermi sostituito? Ecco perché contendersi un posizionamento garantisce presenza, gerarchia, opportunità di crescita. Futuro. E più aziende presidiano un settore e lottano per esso, più si riduce il pericolo dell’oblio.

Ergo, “non dimenticarmi” è il primo comandamento di tutte le aziende del mondo. Caro consumatore: ci sono prodotti, servizi, promozioni che non potrai né perdere, né dimenticare. Ma prima di tutto ci sono io, la tua azienda, pronta a soddisfare ogni tua esigenza. Io, con il mio logo, i miei colori, il mio format, il mio messaggio istituzionale, il mio bagaglio di esperienze, il mio essere sempre, da 30 anni a questa parte così come fra altri 30, qui e ora.

Storytelling

Assistiamo a un paradosso che sembra non avere nulla a che fare con l’oblio, quando invece rischia di rappresentarlo al massimo: è il sovraffollamento della comunicazione. L’esplosione del web e dei social network non ha solo favorito nuove forme di espressione, ma ha elevato a potenza il panorama delle aziende che comunicano in real time. Il detto mcluhaniano “il medium è il messaggio” è obsoleto: da tempo, ormai, bisogna dire “il medium è il contenuto” (una riformulazione di “content is king”). Tutti possono dire qualcosa e dirlo bene, senza dover più investire cifre proibitive. Risultato: un bombardamento di messaggi. Prendiamo lo storytelling, strumento che nasce per avvicinare la vita delle persone alla storia del brand. Bene. In pochi anni, dall’uso siamo passati all’abuso: non c’è impresa, oggi, che resista alla seduzione di una storia. Con il risultato che tutti fanno storytelling, livellandone il valore preciso, circostanziato. Rendendolo, di fatto, storyselling. Qualcosa che puoi comprare e subito dopo dimenticare.

Vuoto o sovraffollamento: come affrontare le due facce dello stesso oblio?

Non certo indietreggiando a tendenze passate, né auspicando l’eclissi dello storytelling. Per noi creativi conta piuttosto interrogarci ancora, e ancora. Dobbiamo uscire, parlare con la gente, captare informazioni. Dobbiamo capire a chi si addice un video virale e a chi no, a quale brand è congeniale uno storytelling e a quale meno. Dobbiamo ricercare, selezionare, approfondire contenuti che siano mirati al singolo cliente, a prescindere dalla moda del momento e fedeli a questa domanda assillante, fondamentale, capace di trasformare linguaggi e tecniche. Da questa domanda sono partiti quelli di Apple per creare, dietro un immaginario, un culto; da questa recondita, inconscia paura, Dove ha spostato il paradigma beauty & care dall’estetica all’etica. Da qui dobbiamo ricominciare, ogni giorno, a individuare di ogni azienda il suo modo di dire la sua.

Per favore. Non dimentichiamoci di essere indimenticabili.