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Caro Babbo Natale,
quest’anno non ti chiedo tanto: solo tutte le parole del mondo. Non te la caverai con un dizionario: quello ce l’ho già. Io vorrei che al momento giusto, quando le parole mancano, non manchino più. Vorrei averle sempre in mente e usarle bene. Non una di più, non una di meno, come ci insegnano quelli bravi.

In realtà non è vero. Le voglio tutte tranne scialla, svapare, sciabolare, petaloso, inzupposo, pigiamarsi, apericena, bro, frà, sbatti, sbatta, bomber, asap, pisellabile, ti whatsappo, ti wetransfero, ti fotoscioppo, ti lovvo, linkamelo, instagrammo, sushino, escile, outfit, pizzata, fashionista e ciaone. Mi fermo qui solo per stare in un A4.

Bada, Babbo: non è per snobismo (già che ci sei escludi anche questa). Sogno di liberarmi di quello che non è semplice, diretto, essenziale. Di imparare a parlare come un bimbo che scrive la letterina di Natale. Ecco perché a 30 anni sono ancora qui a scriverti.

Non sono egoista. Non importa se vado contro i miei interessi di copywriter, ma vorrei che tutti avessero le parole, le parole giuste. Vorrei che, nell’istante in cui la voce sta per emettere un suono ottuso, di colpo questo suono si trasformasse in un pensiero acuto. Vorrei che tutti vedessero nella comunicazione un bene primario, una risorsa irrinunciabile, e non un passatempo creativo che un giorno, come per magia, si è trasformato in un lavoro. 

E poi, vorrei continuare a emozionarmi. Eh sì, perché cosa ti fai di tutte le parole, se non ti parlano dentro? Sai, in questo lavoro, prima dello stipendio, è importante ricevere un brivido. E soprattutto, trasmetterlo a chi ti legge. Siamo tutti bravi a scrivere per noi. A scrivere per gli altri, beh, il cerchio si restringe.

Che altro dirti? Buon Natale, Babbo Natale.
Ah, mi raccomando: consegna puntuale, soddisfatto o rimborsato.
E se domattina non ti vedrò arrivare, fa niente.

Ti crederò sulla parola.