Month: dicembre 2016

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milk
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Caro Babbo Natale,
quest’anno non ti chiedo tanto: solo tutte le parole del mondo. Non te la caverai con un dizionario: quello ce l’ho già. Io vorrei che al momento giusto, quando le parole mancano, non manchino più. Vorrei averle sempre in mente e usarle bene. Non una di più, non una di meno, come ci insegnano quelli bravi.

In realtà non è vero. Le voglio tutte tranne scialla, svapare, sciabolare, petaloso, inzupposo, pigiamarsi, apericena, bro, frà, sbatti, sbatta, bomber, asap, pisellabile, ti whatsappo, ti wetransfero, ti fotoscioppo, ti lovvo, linkamelo, instagrammo, sushino, escile, outfit, pizzata, fashionista e ciaone. Mi fermo qui solo per stare in un A4.

Bada, Babbo: non è per snobismo (già che ci sei escludi anche questa). Sogno di liberarmi di quello che non è semplice, diretto, essenziale. Di imparare a parlare come un bimbo che scrive la letterina di Natale. Ecco perché a 30 anni sono ancora qui a scriverti.

Non sono egoista. Non importa se vado contro i miei interessi di copywriter, ma vorrei che tutti avessero le parole, le parole giuste. Vorrei che, nell’istante in cui la voce sta per emettere un suono ottuso, di colpo questo suono si trasformasse in un pensiero acuto. Vorrei che tutti vedessero nella comunicazione un bene primario, una risorsa irrinunciabile, e non un passatempo creativo che un giorno, come per magia, si è trasformato in un lavoro. 

E poi, vorrei continuare a emozionarmi. Eh sì, perché cosa ti fai di tutte le parole, se non ti parlano dentro? Sai, in questo lavoro, prima dello stipendio, è importante ricevere un brivido. E soprattutto, trasmetterlo a chi ti legge. Siamo tutti bravi a scrivere per noi. A scrivere per gli altri, beh, il cerchio si restringe.

Che altro dirti? Buon Natale, Babbo Natale.
Ah, mi raccomando: consegna puntuale, soddisfatto o rimborsato.
E se domattina non ti vedrò arrivare, fa niente.

Ti crederò sulla parola.

 

 

 

 

 

 

 

 

Be Brave

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Come lo spieghi, il coraggio, a chi è nato nel Duemila?
Forse è più facile di quel che sembra: ci vuole coraggio a non farsi un selfie.

Cambiano i tempi, cambiano le priorità: è tutta una questione di prospettiva.
Ora, con l’analisi delle prospettive i brand ci costruiscono le campagne pubblicitarie. Che nella maggior parte dei casi parlano nel loro tempo, secondo le loro priorità e proprio per quei Duemila che oggi fanno un pubblico.

Tradotto in marketing: ci vuole coraggio a sconsigliare un selfie.
Eppure, un brand non è solo identità, equità, reputazione e consapevolezza.
A volte può smettere di alzare la voce e parlare fuori dal coro. Essere coraggioso.

Lo si è visto nei manifesti di Oliviero Toscani per Benetton, nella campagna Be Stupid di Dieselnella scelta di Dove di raccontare tutte le donne. Non solo la taglia 42.

Oggi, in un’epoca in cui togliere un like è già di per sé un atto sovversivo, resistere ai cliché social è già un atto di coraggio. A dirlo è chi per professione idea, sviluppa e promuove campagne social. E proprio per questo è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, che non si limiti a rispettare le regole, ma che sappia giocarci sapientemente. 

A noi di Milk piace questa attitudine. E guardiamo con interesse a chi, a livello internazionale, dimostra “coraggio social”.

It takes courage: non poteva esserci claim migliore per raccontare i nuovi, coraggiosi manifesti Ray-Ban, con un ragazzo e una ragazza che si guardano e si sorridono in metro. Peccato che intorno a loro, gli altri passeggeri abbiano uno smartphone incollato sugli occhi. L’invito a disconnettersi arriva diretto e potente, come una puntata di Black Mirror. 

Si diceva: basta selfie? Ed ecco Canon, con #selfieless. Ovvero: a Natale basta autoscatti, solo buone azioni da fare, fotografare e condividere. Un punto di vista diverso che non esce dalla logica del “se tutti mi vedono, esisto”, ma almeno prova a sorvolare la deriva esibizionista. E a portare, insieme a una foto, un gesto concreto.

Anche la campagna #touchthem per la prevenzione del tumore al seno è social, ma in modo innovativo: sfrutta la policy di Instagram – che, come Facebook, censura in modo acritico e tranchant le foto di nudo totale o parziale – per sprigionare una straordinaria operazione virale, spingendo migliaia di donne da tutto il mondo a postare le proprie immagini censurate da un emoji. La prova che intelligenza e indipendenza sono più social dei social, ancora soggetti a regole troppo rigide per professarsi, fino in fondo, moderni.

Sulle libere interpretazioni dell’hashtag hanno lavorato in molti, da ultima Audi. Siamo abituati a taggare tutto? La nuova Q2 è #untaggable. E ci mette il tag. A dire il vero, una campagna più furba che coraggiosa.

Forse il coraggio entra in gioco quando un contenuto dell’esperienza (reale o virtuale è ormai un dettaglio) viene riletto in chiave critico-dinamica. Sul piano creativo significa spingersi oltre il terreno della sicurezza, della confidenza, dell’immedesimazione a tutti i costi. Spesso presuppone uno sforzo immane, ma non possiamo non includerlo nell’incessante movimento della comunicazione.

Un movimento che ogni tanto, tra un scroll e l’altro, ci dice: non facciamoci un selfie. Facciamoci coraggio.