Month: ottobre 2016

Il post non contiene olio di palma

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Oggi a colazione provi una strana sensazione. Osservi il latte formare brevi onde nella tazza, mentre immergi il tuo frollino al cioccolato. In quel biscotto c’è qualcosa di diverso. Tu stesso senti di essere diverso. Ma in che senso? Poi, d’un tratto, la rivelazione. Ricordi un dettaglio sulla confezione. Lo stesso che hai visto, ascoltato, in quello spot. Una frase, una sentenza: “Senza olio di palma”. Subito emerge, insieme al frollino, la tua strana sensazione: è di sollievo. Di libertà. Come da cosa? Dai sensi di colpa.

Nella comunicazione c’è un nuovo tormentone. Se ve lo siete persi lo trovate qui,  qui, qui, ma anche qui, qui, qui e… insomma, un po’ dappertutto. Vi basteranno cinque minuti di zapping (o clic) compulsivo per accorgervi del trend che ha preso tutta, ma proprio tutta, la creatività legata a merendine, snack, biscotti e panificati delle multinazionali.

Senza olio di palma. Quattro magiche parole che hanno assunto il peso di un claim, spesso sostituendosi ad esso e presentandosi come ultimo e più importante messaggio del brand. Un caso eclatante di Real Time Marketing,  con i colossi dolciari (e non solo) costretti a scendere a patti con un tema sempre più caldo, fino a virare sul marketing del “palm oil free”. Ma riavvolgiamo il nastro.

Gli oli di palma costituiscono il 32% della produzione mondiale di oli e grassi. Il motivo è semplice: costano poco. Li troviamo in saponi, polveri detergenti, creme, prodotti da forno. Spesso l’ingrediente della discordia è stato riportato nella formula (piuttosto vaga) di “olio vegetale”. Dal 2015 il Regolamento UE obbliga a chiamarlo col suo nome.

Arriva sempre il momento in cui si muovono i consumatori. Persone e Associazioni si documentano sui suoi reali effetti su ambiente e salute. Emerge che, oltre al rischio deforestazione e alle emissioni di carbonio dalle monocolture, l’olio di palma e tutti gli oli vegetali raffinati ad alte temperature possono contenere sostanze tossiche (stando al rapporto 2016 dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare). La notizia corre sul web, anche grazie agli strali di Greenpeace e Altroconsumo. E i brand corrono ai ripari.

Nuovo vessillo, nuovo messaggio: un “senza” in più da aggiungere a senza grassi, coloranti, zuccheri, glutine… Perché oggi l’epica della bontà ha ceduto il passo a quella della sicurezza. E per sentirci ancora più sicuri, forse è meglio elencare tutto ciò che ci viene risparmiato. Una logica tanto intrigante quanto facile da parodiare.

È curioso come questo binomio ingredienti/salute venga espresso togliendo, trasmettendo ciò che non c’è, invece di valorizzare quello che c’è. Nulla ci vieta di pensare che, dopo l’olio di palma, scopriremo nuove privazioni da trasformare in messaggio. Chissà se aveva ragione Mauro Corona, quando diceva: “Le assenze lasciano segni, solchi che nessuna aggiunta può colmare”.