# T A B L E T O P

Se gergo trovo

Una cascata di cioccolato che piove esattamente su una rotonda, brillante nocciola tostata.
Una mozzarella da cui cola una goccia di freschissimo latte.
Una bistecca dorata, speziata, che sfrigola sulla piastra.
Dai. Vi è venuta un po’ di fame.

La pubblicità può essere divisa in due grandi famiglie: non food e food.
Tutto quello che è food ha bisogno di un trattamento esclusivo.
Perché deve prenderti alla gola.

Impiattare ad arte non vale solo per la cucina gourmet.
Funziona anche nel mondo dell’advertising.
Il prodotto è la star, diceva Jacques Séguéla.
Ancora oggi è così. Infatti, ancora oggi, c’è il tabletop.

Tabletop (“tavola“) è l’insieme di tutte quelle scene che in uno spot mettono il prodotto al centro dell’azione. Dietro quell’effetto di fascino (spesso irreale e patinato, ma in un certo senso necessario), c’è il lavoro di un’équipe specializzata.
C’è il food stylist, che prepara il cibo con la stessa attenzione estetica di un truccatore o di una truccatrice.
C’è il direttore della fotografia, che dà all’inquadratura luminosità e prestigio.
E poi, ovvio, ci sono gli effetti speciali: animazioni, trasformazioni e ritocchi che fanno sembrare tutto così magico.

Gli anni Ottanta (con una coda nei Novanta) sono l’apice del Tabletop: tinte sgargianti, primissimi piani, ingredienti che piroettano nell’aria.
Oggi la tendenza resiste, ma attenuata. Con qualche esempio veramente innovativo.

Chissà. Forse un giorno riusciremo a presentare il prodotto per ciò che è. Anche con qualche imperfezione.

Basta non dirlo al food stylist, no?