# P R O G R E S S

Se gergo trovo

Sono le 8.45 del mattino.

Sei in ufficio, e il tuo silenzio racconta il tuo sonno. Spalanchi la finestra nella speranza che un timido filo d’aria porti un istante di refrigerio, in questo giugno equatoriale.

Il silenzio del lunedì è fondamentale per cominciare: ti permette di riordinare le idee, di pensare. Perché, diciamocela tutta, nel weekend non hai pensato.

Proprio quando inizi a connettere, una voce squarcia la quiete di inizio settimana. Basta una parola, scandita in tono stentoreo, per riportarti alla nuda realtà del tuo destino di creativo:

PROGRESS!

Il suono percuote il tuo orecchio come un tamburo tribale, svegliandoti da una coda letargica che ti accompagna dal letto alla colazione, dal treno all’autobus fino all’ingresso dell’ufficio.

Progress. Una parola che ne racchiude tante: “Si balla”, “si fa sul serio”, “preparati”, “non prendere impegni”. Ma anche: “Come sei messo?” “Cosa avevi da fare?” e “Questa è una priorità assoluta”.

Il “progress” è niente più e niente meno che il piano lavoro settimanale, l’appuntamento imperdibile del lunedì mattina: una specie di rito voodoo contro ogni prospettiva di fancazzismo.

È come un pranzo con la suocera: inevitabile. Spartisce i compiti, decide la sorte che ti toccherà nei prossimi giorni. A scanso di stravolgimenti.

Sì, perché dietro il progress muove uno strano, oscuro complotto. L’ordine e le priorità cambiano a seconda di come cambia la settimana: nuovi brief, nuove urgenze, nuove sorprese. Un gioco delle tre carte a cui per forza ci si abitua. Normale, dopo tutto, in un’agenzia che lavora tanto.

Per cui un consiglio: prima che quel richiamo implacabile arrivi, ricordati di santificare il silenzio.