Un lampo nella folla

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Ti trovi in una stazione di New York. Già il fatto di trovarti a New York è speciale. Ma non puoi immaginare ciò che sta per accadere. Passeggi, ti guardi intorno curioso, intercetti volti di persone. Già, le persone. Ognuno con pensieri, dubbi e corse da non perdere. Questa volta no. D’improvviso pensano e fanno tutti la stessa cosa, a tua insaputa. Perché tu sei il destinatario di un messaggio.

E così, perso nella folla della Grande Mela, ti capita di vedere 200 persone immobilizzate come statue. Proprio lì, di fronte al tuo stupore. Ti avvicini, ti assicuri di non aver bevuto troppo American Coffee (a volte gioca brutti scherzi), e realizzi che è tutto vero. Il tempo scorre, la gente no. È congelata. Un sogno? Un flash mob.

Sono passati sette anni dall’evento “Frozen” alla stazione Grand Central di New York (35 milioni di visualizzazioni su Youtube). In sette anni il fenomeno è cresciuto, entrando a pieno diritto tra le forme più intriganti di comunicazione nell’era digitale. A cavallo tra un’azione di guerrilla, una candid camera e un happening, il flash mob è il “lampo improvviso” che squarcia la tela della realtà, un attimo pensato per sconvolgere.

Danza che ti passa
Oltre all’effetto “statue di cera” ricorre la danza coordinata: è successo a Piccadilly Circus, in spiaggia, nell’immancabile stazione, e ai concerti, come nel caso dei fan dei Black Eyed Peas, capaci di mandare in confusione gli stessi artisti sul palco. E potremmo continuare.

Una voce fuori dal coro
Molto gettonati anche i brani eseguiti da cantanti professionisti nei panni di persone comuni. Peformer che, al momento giusto, sfogano la potenza della loro ugola davanti all’uditorio di passanti. Uno su tutti il finto spazzino di Anversa, che ha deliziato i presenti intonando la celebre aria verdiana “Libiam ne’ lieti calici“.

Meglio del film
Per promuovere la versione di Alice in Wonderland di Tim Burton, nel 2010 dalla metro di Milano sono sbucati i protagonisti della fiaba: Alice in testa,  Cappellaio Mattocarte a seguire. Spesso l’uscita di kolossal e blockbuster è stata anticipata da eventi di questo tipo, come a dire: prima del film, ecco qualcosa di ancora più spettacolare.

Buttiamola in politica
Ci sono poi gli “smart mob“, azioni virali pensate per sensibilizzare l’opinione pubblica su argomenti di attualità, politica e costume. Pussy Riot a parte, segnaliamo la performance “silenziosa” di Sidney, con gli attori a impersonare scene del conflitto siriano dal punto di vista delle vittime. O i centinaia di ombrelli neri aperti, sempre a Sidney, durante la finale di un torneo di hockey, in protesta contro l’inquinamento causato nel Golfo del Messico da una multinazionale del petrolio.

Partito come un fenomeno spontaneo, il flash mob è oggi sempre più brandizzato, perché in grado di disorientare e coinvolgere in modo immediato e presente, nel “qui e ora”. Pensiamo a Nivea.

Ha fatto il giro del mondo,  contagiando anche l’Italia, il “No Pants Subway Ride”, la “giornata mondiale senza pantaloni”. Continua a riscuotere un enorme successo, perché nella sua spietata semplicità va oltre ogni categoria.

A questo punto sorge un dubbio: meglio nudi alla meta o seminudi alla metro?