Month: maggio 2015

La perfezione in confezione

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Comunicare non è solo coinvolgere, sconvolgere, convincere. Comunicare è anche saper mostrare, presentare.

Per quanto tu possa raccontare bene un brand, non basta creare un sistema di valori intorno a esso. Il prodotto è concreto, reale, tangibile. Per questo, dove la parola tace, arriva il packaging.

Il pack è il biglietto da visita del prodotto, il “piacere” che segue la stretta di mano. E la storia è ricca di strette così forti da restare impresse a lungo sulle nostre mani.

Da generazioni la bottiglietta in vetro della Coca-Cola è un’icona pop intramontabile. Secondo molti ispirata alle “curve” della star Mae West, da poco ha compiuto 100 anni.

Origini ancora più nobili per la bottiglietta del Campari, ideata da un Maestro futurista come Fortunato Depero. Uno dei primi esempi di arte applicata alla pubblicità.

Negli anni Ottanta Perugina vuole parlare alle nuove generazioni, partendo da una semplice provocazione: “Tubiamo”? Il risultato è il celebre “tubo” dei Baci: scelta all’epoca ambiziosa, oggi memorabile.

Dallo Chanel n.5 a Nutella (50 anni e non sentirli), fino al minimalismo di Apple: in comune c’è un modo unico, esclusivo, di raccontare il prodotto.

Per tutti quelli che non si accontentano, segnaliamo due link per vedere le proposte di packaging più “assurdi” e originali:

1) Cercate una confezione di spaghetti U.S.A “a forma di” World Trade Center? Eccovi serviti.

2) Volete un succo di frutta naturale? Qui c’è quello al kiwi. Fatto come un kiwi.

# C O R E B U S I N E S S

Se gergo trovo

Scrive Anna Maria Testa nel bellissimo La parola immaginata: “Le aziende sono come le persone“. Ergo, hanno un cuore.

Un motore che pulsa, produce, alimenta l’organismo. Si dirama in tante piccole arterie fatte a loro volta di persone: sono il sangue, prima che l’anima, del commercio.

Nel linguaggio anglofono della pubblicità, chiamiamo questo cuore “core business” (da “core“, nucleo, e “business“).

Detto altrimenti: è l’attività principale di un brand, il fulcro della produzione, ciò che un’impresa sa fare meglio quando racchiude in un’unica soluzione tutte le ragioni del successo (per esempio innovazione, efficienza, rapidità, varietà di gamma, convenienza. Tralasciamo l’ampio parcheggio, grazie).

Spesso all’agenzia di comunicazione viene chiesto di trasmettere nel modo più efficace possibile il “core business”. Mica una sfida da ridere! Immaginate di far descrivere vostra mamma a qualcun altro. Bisogna immedesimarsi, entrare nel vivo. Arrivare al cuore.

Ecco. Adesso però non facciamo casino coi termini, eh. A Roma si dice “core de mamma“. Guai a voi se dite “core de business“.

 

 

Un lampo nella folla

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Ti trovi in una stazione di New York. Già il fatto di trovarti a New York è speciale. Ma non puoi immaginare ciò che sta per accadere. Passeggi, ti guardi intorno curioso, intercetti volti di persone. Già, le persone. Ognuno con pensieri, dubbi e corse da non perdere. Questa volta no. D’improvviso pensano e fanno tutti la stessa cosa, a tua insaputa. Perché tu sei il destinatario di un messaggio.

E così, perso nella folla della Grande Mela, ti capita di vedere 200 persone immobilizzate come statue. Proprio lì, di fronte al tuo stupore. Ti avvicini, ti assicuri di non aver bevuto troppo American Coffee (a volte gioca brutti scherzi), e realizzi che è tutto vero. Il tempo scorre, la gente no. È congelata. Un sogno? Un flash mob.

Sono passati sette anni dall’evento “Frozen” alla stazione Grand Central di New York (35 milioni di visualizzazioni su Youtube). In sette anni il fenomeno è cresciuto, entrando a pieno diritto tra le forme più intriganti di comunicazione nell’era digitale. A cavallo tra un’azione di guerrilla, una candid camera e un happening, il flash mob è il “lampo improvviso” che squarcia la tela della realtà, un attimo pensato per sconvolgere.

Danza che ti passa
Oltre all’effetto “statue di cera” ricorre la danza coordinata: è successo a Piccadilly Circus, in spiaggia, nell’immancabile stazione, e ai concerti, come nel caso dei fan dei Black Eyed Peas, capaci di mandare in confusione gli stessi artisti sul palco. E potremmo continuare.

Una voce fuori dal coro
Molto gettonati anche i brani eseguiti da cantanti professionisti nei panni di persone comuni. Peformer che, al momento giusto, sfogano la potenza della loro ugola davanti all’uditorio di passanti. Uno su tutti il finto spazzino di Anversa, che ha deliziato i presenti intonando la celebre aria verdiana “Libiam ne’ lieti calici“.

Meglio del film
Per promuovere la versione di Alice in Wonderland di Tim Burton, nel 2010 dalla metro di Milano sono sbucati i protagonisti della fiaba: Alice in testa,  Cappellaio Mattocarte a seguire. Spesso l’uscita di kolossal e blockbuster è stata anticipata da eventi di questo tipo, come a dire: prima del film, ecco qualcosa di ancora più spettacolare.

Buttiamola in politica
Ci sono poi gli “smart mob“, azioni virali pensate per sensibilizzare l’opinione pubblica su argomenti di attualità, politica e costume. Pussy Riot a parte, segnaliamo la performance “silenziosa” di Sidney, con gli attori a impersonare scene del conflitto siriano dal punto di vista delle vittime. O i centinaia di ombrelli neri aperti, sempre a Sidney, durante la finale di un torneo di hockey, in protesta contro l’inquinamento causato nel Golfo del Messico da una multinazionale del petrolio.

Partito come un fenomeno spontaneo, il flash mob è oggi sempre più brandizzato, perché in grado di disorientare e coinvolgere in modo immediato e presente, nel “qui e ora”. Pensiamo a Nivea.

Ha fatto il giro del mondo,  contagiando anche l’Italia, il “No Pants Subway Ride”, la “giornata mondiale senza pantaloni”. Continua a riscuotere un enorme successo, perché nella sua spietata semplicità va oltre ogni categoria.

A questo punto sorge un dubbio: meglio nudi alla meta o seminudi alla metro?

# R A T I O N A L

Se gergo trovo

Il filosofo tedesco Friedrich Hegel scriveva tante cose, il più delle quali incomprensibili.

Però ne ha scritta una che fa al caso nostro: ciò che è reale è razionale.

Il Maestro ci scuserà se banalizziamo, ma sotto sotto ci dice: non c’è niente che non possa essere spiegato (e compreso) dalla ragione.

Tranne i suoi libri, ovvio.

La parola del giorno è “rational“, quella parte di testo (di solito inserita nella presentazione delle proposte creative al cliente) che introduce, argomenta e motiva le scelte dell’agenzia.

Il “rational” serve anche a montare l’aspettativa del committente, per prepararlo a un irresistibile sgranamento d’occhi.

In pratica, lo portiamo dove vogliamo noi.

Non scordiamo il fattore imprevedibilità. Può andare bene, con un cliente disposto a seguire il percorso accettando le proposte ancora prima di vederle; oppure può capitare che si vada subito al sodo, saltando preamboli e spiegoni.

In ogni caso, cercate sempre un perché. Ma quando scrivete, non citate mai i filosofi.

Da rationaldemotivational, il passo è breve.

 

Soccer adv

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Se un creativo è nel pallone, mica detto che è confuso.

Oggi vi proponiamo una selezione delle cinque migliori pubblicità sul calcio.

Adidas. Il fantastico mondo di José.

Prendi un quartiere povero dell’America Latina. Prendi due bambini svezzati a pane e calcio. Fai scegliere loro la squadra. Il risultato è un dream team di stelle di ieri, di oggi e di domani che dribblano, tirano e passano là dove nascono i veri fuoriclasse. Sulla strada.

Nike. Write the future.

Può un match di 90 minuti contenere tutti i suoi possibili finali? Sì, se alla regia metti Alejandro G. Iñarritu, e nel ruolo di protagonisti Rooney, Iniesta, i due Ronaldo con Ronaldinho, Ribéry, Drogba e Cannavaro. Uno spot straordinario, che mostra una concatenazione di eventi (favorevoli e non) a partire da un istante carico di ansia e di emozione dove speranza e paura si incrociano, prima del tiro decisivo.

Nomis. Damn’ boots.

Un brand di scarpe da calcio praticamente sconosciuto, ma che è riuscito a comunicare in modo brillante un concetto molto semplice: dietro uno scarpino e c’è un mondo. Ci sono carica, aspettativa, grinta, ma anche rischio di infortunio, attesa, tracollo. Alla fine tutto si risolve (ironicamente) nella frase: “Damn boots“.

Banco de Chile. Comercial Mineros

Insolito il marchio, epico lo spot. La seconda banca più grande del Cile ha deciso di sostenere il cammino della selezione sudamericana ai Mondiali del 2014 puntando su orgoglio e tradizione: a parlare sono i 33 minatori che rimasero intrappolati per 69 giorni a 700 metri di profondità a nord del Paese, il 5 agosto del 2010. Una grande catena umana riunita intorno alla propria squadra. Senza paura. “Niente è difficile, non ci importa la morte, perché l’abbiamo già vinta una volta“, è il messaggio rivolto dai minatori alle avversarie del “girone di fuoco”: Spagna, Olanda e Australia. Per Alexis Sanchez e compagni, non poteva esserci tifo più caliente.

(Parlando di Cile, non perdetevi quest’altro spot di birra Cristal, sempre per i Mondiali, in cui Vidal e soci sono talmente agguerriti da “spaventare” le persone, come nel più inquietante dei film horror).

McDonald’s. Gol!

Perché mostrare i soliti volti noti, celebrati, adorati da milioni di tifosi, quando puoi esaltare gli amatori? McDonald’s l’ha fatto, sempre per i Mondiali brasiliani. Protagonisti sono ragazzini che si esibiscono in evoluzioni degne di Messi e CR7. Lo fanno sul serio, senza effetti speciali.

Perché di speciale c’è il talento, e la fame di gol.

 

# S H O O T I N G

Se gergo trovo

A uno shooting si dicono così tante stramberie che dovremmo aprire un’apposita sezione del blog. Per esempio: chi di voi ha una qualche familiarità con i termini “aspect ratio“, “bullet time“, “compositing“, “esposimetro“, “motion capture” e “mascherino“? Avanti. Ditelo che capite solo “ciak“, “azione” e “buona la prima“.

La verità è che a volte più che un set sembra una setta, e gli addetti sono adepti che si esprimono in un codice oscuro, millenaristico: parlano di continuo di continuity, campano di controcampi, meditano poi editano. Alla fine uno si alza e grida: “Color correction!” E tutti fuggono terrorizzati.

Cosa succederebbe se traducessimo questo gergo in modo da renderlo più “masticabile” (e meno appetizing)?

1. Prima il dolly della second unit, poi lo steady.
La prima inquadratura spetta all’operatore della seconda unità di ripresa con il braccio meccanico, l’altra a quello con il sistema di ammortizzatore agganciato al corpetto indossabile.

2. Con il 4K lo croppiamo in post così abbiamo due take.
Grazie allo standard per la televisione digitale tagliamo a misura l’immagine in modo da ottenere due scene buone.

Dura, eh? Forse a volte è meglio sintetizzare.
Ma tanto sono dettagli. Pardon. Close-up.