# P P M

Se gergo trovo

Alla riunioni di condominio ci si scorna.

Tante teste, tante lagne: chi si lamenta dell’ascensore piccolo e stretto; chi sbuffa per il chiasso dei vicini; chi non vuole pagare le spese di giardinaggio. E chi capita per caso e si becca un insulto, tanto per tenere viva l’attenzione. L’ultima parola è sempre dell’amministratore. Lui decide, lui detta la tregua. Almeno fino alla prossima riunione.

Il PPM è un po’ così.

Iniziamo chiarendo che non è la sigla di una band progressive italiana. PPM sta per “Pre Production Meeting“, ed è l’incontro che precede il progetto di comunicazione. Per esempio, nel caso di uno spot avremo: l’agenzia (account, direttore e coppia creativa), la casa di produzione, il regista. E ovviamente il cliente. L’amministratore del condominio.

Ora. Pensate a teste diverse, con pensieri, attitudini e ambizioni diverse, che si mettono a un tavolo per cercare un obiettivo comune. No, non è una sceneggiatura fantasy. Si può fare. Basta essere un po’ psicologi. Chi di noi non è un po’ psicologo?

Dunque, l’agenzia spinge sul valore della creatività: si preoccupa che la macchina produttiva viaggi in parallelo con l’idea. Dal canto suo, chi produce pensa a come organizzare al meglio lo shooting, mentre il regista illustra le soluzioni stilistiche per girare come si deve. Il cliente pensa a tutto, valuta tutto, e alla fine spara il budget. Gli altri sperano che spari a salve.

Se tutto funziona, bene. Se non funziona, l’incontro scivola in una riunione di condominio. Ovvero, in un allegro scambio di ruoli.

L’agenzia inizia a fare le pulci al regista: perché la modella me la vuoi inquadrare così, se è più bella colà. Il regista risponde piccato: è il mio lavoro, so io come inquadrarla. La produzione tartassa il cliente che vuole tagliare: guardi che se taglia, poi vedrà un’immagine “bulgara” (al cliente si dirà: non secondo gli standard di qualità previsti). E il cliente? Fa il creativo, il producer e il regista, in ordine sparso: la modella ha il seno rifatto, non va bene; la battuta è troppo corta, aggiungiamo una subordinata; non mostriamola sempre di profilo; la location è spartana. L’art disegna cose oscene sul bloc-notes. Il copy si chiede che cosa ci fa là in mezzo. Il direttore creativo li fulmina con lo sguardo.

Gli account boccheggiano, alla disperata ricerca delle parole.

Ovvio che questa è la peggiore delle situazioni possibili. Ma può capitare. L’importante, alla fine, è fare pace, fuggendo tutti insieme al ristorante.

Tavoli separati, grazie.