# A P P E T I Z I N G

Se gergo trovo

Ormai abbiamo capito che i pubblicitari non parlano come mangiano. Anche quando si parla di mangiare.

Sarà che a due mesi dall’Expo è una bestemmia non parlare di cibo, ma a volte l’esterofilia diventa una dipendenza.

Per esempio, in pubblicità non sentirete mai parlare della categoria “cibo“. Non so, tipo: “Quel fotografo è specializzato nel cibo“, “quel regista ha fatto solo spot sul cibo“. Niente di tutto questo, perché dire “cibo” è da gente alla buona.

Troppo cheap, direbbe l’account.

La parola giusta è food. “Categoria food“, “food stylist“, “food designer“, “food specialist“, “food blogger“.

Se parti così, poi va a finire che dimentichi l’italiano.

Eppure la nostra lingua ha mille modi per esprimere “la capacità di un messaggio di evocare l’appetibilità di un prodotto alimentare”.

Piacevole, gustoso, delizioso, saporito, goloso, invitante, sfizioso, stuzzicante, squisito, eccellente, da leccarsi le dita, da leccarsi i baffi.

L’inglese ha “appetizing“.

Solo in pubblicità, infatti, sentiamo perle come:

Metti una luce più light sul render, che è più appetizing“.

O peggio:

Dobbiamo trasferire il sentiment dello sciogliersi in bocca. Serve un head più appetizing“.

Non so voi, ma noi abbiamo tanta nostalgia di Alberto Sordi che diceva “me te magno” alla sua carbonara.