Con gli occhi di un bambino

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A chi non capita di leggere, navigando sul web: “Ecco il video che sta commuovendo il mondo”?

Al di là della frase  (sinceramente, piuttosto trita), ci siamo chiesti quali siano gli elementi che rendono uno spot così intenso da commuovere. A prima vista sono tanti, gli stessi di una grande narrazione: personaggi indimenticabili, intreccio travolgente, semplicità totale per un messaggio universale.

In questo mare di ingredienti, risalta un aspetto. Dal punto di vista del pubblicitario, è il “biglietto della lotteria” che, se usato con sapienza, plasma i presupposti di un’emozione: lo sguardo su noi stessi, dal di fuori.

Nessuno meglio di un bambino è capace di osservare il mondo dei grandi da una prospettiva inedita, trasparente, incontaminata. Assoluta, in senso letterale: libera.

I bambini non sono solo una fonte istintiva di empatia, simpatia, vicinanza. Sono voci della coscienza, prima che la coscienza si lasci imbrigliare, catturare, circoscrivere, dalle regole e dalle imposizioni del vivere comune. Concetto che vale sempre, da Nietzsche in avanti.

Lasciare che i bambini parlino per noi può essere considerata una scelta furba. In parte lo è: il problema sorge quando il minore è usato a puri scopi commerciali, come l’esca perfetta per fare propaganda. In queste situazioni, il bambino non è niente più e niente meno che un testimonial. Un bambino-immagine.

Ma c’è sempre un altro modo di vedere le cose, ed è quello che mette il bambino al centro del nostro mondo.

Perché il mondo visto dai suoi occhi ci mette al muro. Ci spinge a leggere la nostra quotidianità con occhi diversi, occhi che hanno smarrito quel bagliore, quella luce improvvisa e seducente, proprio perché troppo chiari, nitidi, asciutti.

Costretti dall’inganno della lucidità a tutti i costi.

La reazione di un bambino alle “cose dei grandi” è la reazione di noi stessi, prima di essere “noiin funzione degli “altri“.

Per questo, il pensiero di un bimbo può raccontare in maniera straordinariamente semplice ed efficace qualsiasi situazione, anche un dramma sociale. Come in questo caso.

Altre volte, è solo grazie ai più piccoli che capiamo davvero quanto possiamo essere pericolosi, per loro e per noi. Come qui.

Altre volte ancora, la loro testimonianza basta a mostrare quanto noi grandi riusciamo a essere distratti, distanti, assenti. Oberati da faccende così importanti da essere, in fin dei conti, irrilevanti. Come in questo splendido spot.

E poi c’è il loro mondo, fatto di parole semplici, sentite o imitate. Reinterpretate. Di sensazioni pure che si traducono in un amore cristallino, etereo, meravigliosamente immaturo. Come qui.

Se fatto bene, uno spot può narrare in modo ipnotico, travolgente, il rapporto genitori-figli, piccoli-grandi, senza per questo cadere nel banale, essere ridonante o, peggio, violento.

Perché è bellissimo lasciarsi emozionare dai bambini. Ed è anche sintomatico.

Dimostra che tanti, troppi adulti, hanno disimparato a farlo da soli.